L'editto del Sultano Abdul Hamid I, del 1779

Il monastero infine cadde sotto il dominio turco nel 1455 e rimase a far parte dell’impero ottomano fino all’inizio del XX secolo. Anche se gli erano stati sottratti molti possedimenti, il monastero godeva di importanti privilegi e dei favori dei sultani turchi, e perciò agli igumeni fu concesso, con gli editti firmani dei sultani, di avere lo status di latifondisti e di falconieri imperiali. Grazie a questi titoli il monastero fu protetto dalle leggi dell’impero ottomano ed esentato da tutte le tasse sui possedimenti, mentre l’igumeno aveva diritto alla scorta armata quando viaggiava. Tuttavia, simili leggi non furono sufficienti ad impedire che i feudatari locali turchi commettessero varie violenze contro il monastero, e per questo i monaci di Dečani dovettero compiere degli sforzi eccezionali per salvarlo insieme alle sue sante reliquie.

Molti antichi scritti serbi, così come i firmani turchi relativi alla protezione del monastero che più volte gli igumeni dei Dečani avevano ottenuto da Costantinopoli, testimoniano le difficoltà incontrate dalla comunità monastica. L’archivio turco dimostra che le violenze e l’usurpazione dei possedimenti diventarono più frequenti nella seconda metà del XVI secolo, quando cambiò la composizione etnica nei villaggi intorno a Dečani. I serbi islamizzati e gli albanesi immigrati non rispettavano il monastero cristiano serbo e usurparono senza pietà i suoi possedimenti che non erano protetti.

Centinaia di ordini, decisioni e sentenze, a partire da quelle del sultano fino a quelle dei kadi, moltissime annotazioni nei libri e testimonianze dei visitatori, dimostrano che di anno in anno si sono moltiplicate le miserie dei monaci di Dečani nell’accerchiamento albanese.

Contemporaneamente, dopo il rinnovamento del Patriarcato di Peć (1557), iniziò un periodo creativo nella vita del monastero: furono acquistati libri liturgici stampati, furono costruite la grande croce iconostasica e la porta dell’altare, e nacquero le famose opere di Longin, un monaco di Dečani che dipingeva icone e scriveva poesie religiose.

La Grande Migrazione/Esodo (Serba)

Le guerre dell’esercito austriaco contro i Turchi e le rivolte balcaniche periodiche contro i Turchi finivano regolarmente con terribili rappresaglie contro i serbi e con le migrazioni dei serbi dal Kosovo e Metochia verso nord, oltre i fiumi Sava e Danubio. Le due migrazioni più consistenti furono quelle del 1690 e del 1739. Neppure Visoki Dečani fu risparmiato dal saccheggio e dalle fiamme, dalle torture e dalle uccisioni dei monaci. D’altro canto la coraggiosa comunità monastica, guidata da bravi igumeni dediti al tempio santo e pieni d’amore per esso, cercava continuamente di conservare quello che avevano ereditato dai primi fondatori. La devozione al Santo re di Dečani fu conservata sempre, perfino tra molti albanesi musulmani, grazie ai miracoli, testimoniati da documenti scritti, con i quali Santo Stefano aiutava gli infelici, proteggeva il popolo e la sua fondazione, e puniva i violenti.

La metà del XIX secolo fu tormentata da numerose guerre e da molti tumulti nei Balcani. Le azioni repressive turche contro i cristiani ebbero eco anche a Dečani. Il metropolita Zaccaria fu imprigionato e alcuni monaci di Dečani furono uccisi nel 1821. Ma dalla metà del XIX secolo le violenze diventarono insopportabili. Con le loro lettere, indirizzate ai conti serbi e agli zar russi, i monaci di Dečani imploravano disperatamente di essere protetti sia dagli albanesi che dagli agenti cattolici austriaci, perché questi ultimi volevano sfruttare lo stato di disordine ed offrivano al monastero il loro patronato e somme di denaro affinché si unissero alla chiesa cattolica. Le guerre serbo-turche (1876-1878) e la fondazione della Lega albanese di Prizren (1878) provocarono altre difficoltà e ondate di terrore indescrivibile che decimarono la popolazione serba nei villaggi.

Photo Gallery